Chi va piano va sano e va lontano

“Elio, mi porti a fare un bel giro?”
“Certamente, basta che non si superi la velocità dei 25 km/h in pianura, chiaro?”
“Nessun problema: ti metti tu davanti e fai l’andatura”

E’ iniziata così la programmazione della nostra gita di uno stranamente fresco martedì mattina.
Elio è un mio cliente. Ha 71 anni.
E nel 1988 è stato a Capo Nord.
In bici.
Partendo da Cesena.
Elio le strade le conosce tutte, perchè le ha percorse tutte: conosce i tagli, le scorciatoie, conosce le zone trafficate e quelle isolate. Uscire con lui è la garanzia che farai un bel giro.
Ma non devi avere fretta: ed è lì il bello, alla fine.

Ci troviamo alle 7 all’incrocio che porta da Forlimpopoli a Fratta Terme. Elio viene con la bici a pedalata assistita: ormai, dice, certe salite non riesce più a farle tutte con le proprie gambe. La cosa mi preoccupa leggermente, visto che sono un po’ fuori allenamento, ma alla fine chissenefrega, in qualche modo a casa ci arriverò!

Come da accordi, lui davanti e io dietro, partiamo per l’avventura. Da Fratta ci dirigiamo verso Meldola, per prendere Via Balbate e salire verso la Rocca delle Caminate. Via Balbate è una salita di tutto rispetto, che si inerpica in mezzo ai campi e alla vegetazione tipica forlivese. Non è affatto trafficata e si lascia scalare con tranquillità, svelando, una volta in cima, panorami incantevoli.
Dalla Rocca si scende rapidamente verso Predappio: da poco la strada in questione è stata asfaltata a nuovo e pare una pista da bowling!
Arrivare a Predappio Alta è un attimo: Elio mi fa notare uno stabile abbandonato sulla destra e mi racconta che tanti anni fa era una fiorente azienda che allevava bestiame come polli, galline e conigli. Ora è solo un ammasso di macerie: come cambiano i tempi!

E’ bello andare in giro con Elio, perchè ti mostra questo e quello, ti racconta e ti svela la Romagna e va anche oltre. Ti ritrovi a scalare una salita mentre lui con la mente ti porta verso altri monti, altre vette, giù fino alle Marche: a vedere il monte tal dei tali e la vallata Vattelapesca. E’ che poi io ho una pessima memoria e proprio tutti quei nomi non me li ricordo nemmeno se ci passo di persona.
Ed è anche un ottimo navigatore, perchè ti anticipa le curve, i sottopassi, le strade sconnesse: se attraversiamo un tratto di strada inghiaiata senza farci male è perchè mi ha avvisata due giorni prima, e poi qualche minuto fa e poi subito prima di arrivarci.

Si prende poi per Rocca San Casciano. Penso di non esserci mai stata prima.
La strada è completamente deserta, tanto che incontriamo un leprotto che attraversa la carreggiata e poi come un fulmine se la svigna; un capriolo fa la stessa cosa poco dopo, mentre un fagiano rosso fuoco svolazza fuori da un cespuglio per infilarsi in un altro.
La strada è completamente deserta. Ancora. Ed Elio mi spiega il perchè: è chiusa al traffico da quando una frana ne aveva interrotto il corso. Una volta ricostruita è rimasta così: un bel cartello di divieto al principio, un bosco ombroso pieno di sentieri attorno (chissà in mtb che meraviglia!), le foglie secche e scricchiolanti in mezzo alla strada, un panorama mozzafiato! E’ in salita, ma quasi non me ne accorgo, a parte quando tocca una punta del 17%: lì mi devo concentrare un attimo per arrivare alla curva. E dopo, come da regola, spiana!

Giunti a Rocca non andiamo alla fontana dove si fermano tutti i ciclisti. Noi facciamo sosta alla casina dell’acqua. Qui è a pagamento anche l’acqua naturale: 5 centesimi al litro. Elio è preparato e tira fuori la monetina dal suo borsello per permettermi di riempire la mia borraccia! Poi dalla borsa montata sul portapacchi estrae una confezione di Grana, si siede sulla panchina e si riposa sgranocchiando il formaggio: “Io sono all’antica- mi dice- non riesco a mangiare quelle barrette che mangiate voi”.

Visto che non ci sono mai stata prima, passiamo anche dal centro del paese: mi porta in piazza, dove facciamo la foto di rito davanti al campanile.

E poi via, direzione casa, stavolta.

Ora il ritmo aumenta, anche se di poco. La salita è praticamente finita e il traffico aumenta un pochino, ma la strada è larga e non ci diamo fastidio a vicenda, come può succedere in altri frangenti.
Passiamo da Dovadola, arriviamo a Castrocaro e da lì prendiamo questa salita che si chiama Le Volture, che ci porta dritti a San Lorenzo in Noceto. Tagliamo di qua, passiamo di là, fai una giravolta, falla un’altra volta, e come per magia siamo già sotto Bertinoro!
In teoria l’ultimo sforzo dovrei farlo da sola. In teoria. In pratica Elio decide di accompagnarmi quasi fino a casa: e siamo a 1200 metri di salite oggi. 84 km. Temperature fresche. Foto tante. Chiacchiere quanto basta. Posti stupendi un’infinità.
Morale della favola: da ripetere! 🙂

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Un uscita di MTBikers… in bici da strada!

Quella di ieri è stata un’uscita … come dire… strana… ma tra le meglio riuscite, non c’è che dire! Una di quelle cose organizzate un po’ all’ultimo, ma in cui si infila tutto talmente per il verso giusto che vengono ancora meglio di come ce le si aspettasse!
Nato tutto col mio solito avviso su FaceBook, in cui comunico luogo e ora di partenza -mooolto presto, per via del caldo- mi ritrovo, una alla volta, l’adesione di quello, l’adesione di questo, e poi di quell’altro… Arriva anche qualcuno a chiedere una bici in prestito per “provare” l’esperienza! E perchè no? Più siamo e più ci divertiamo!
Insomma, per farla breve, alle 6.30 di domenica mattina ci troviamo in 6 pronti per partire: come il bus della scuola abbiamo diverse tappe da fare, per raccattare un paio di persone ed un gruppetto lungo il percorso.
Per primo Carlo, sale in corsa alla prima tappa, ancora in centro città, poi a San Vittore raccogliamo gli amici del Ponte Abbadesse, infine Nico, con la sua MTB prova a salire in corsa ai 30 Km/h unendosi al gruppo, ormai lanciato, in zona San Carlo.
Certo che, mi viene da pensare, siamo un gruppo strano, che alterna andature da stradisti, ma poi rallenta per aspettare quelli rimasti indietro -me compresa- e poi riparte di nuovo super lanciato! E siamo un gruppo strano anche perchè, invece di stare in fila ordinati, siamo in ordine sparso manco fossimo un branco di pecore, abituati come siamo a girare in mezzo a campi e sentieri, senza il problema delle macchine. Per fortuna che di domenica mattina a quell’ora non c’è quasi traffico e non creiamo problemi a nessuno!
Pregando perchè il vento contrario continui a soffiare nella stessa direzione anche al ritorno, evitando di farci arrancare per tornare a casa, proseguiamo verso il primo traguardo che ci siamo imposti: Sarsina.
Dopo aver perso Nico per strada e dopo aver diviso il gruppo un paio di volte, ci troviamo finalmente nella piazza di Sarsina. Maurizio si prende un caffè, altri, visto che sono solo le 8 ed è ancora fresco, valutano di allungare il percorso con una salita: c’è chi propone salite toste, chi invece valuta solo di proseguire fino a Quarto. Alla fine vince Quarto, e piano piano si riprende la marcia. Chissà perchè è sempre così dura riprendere a pedalare dopo una sosta!?!
Si riparte ben compatti, stavolta in fila per due, si chiacchiera, si ride, ci si racconta: le ruote scorrono silenziose sull’asfalto più o meno liscio e ci portano in poco tempo a Quarto.
E se l’idea iniziale era di fermarsi a prendere un caffè, un MTBiker non si smentisce mai: Maurizio e il Gatto trovano un supermercato aperto e partono in spedizione. Io resto ad attenderli sotto l’ombra insieme ad altri amici. Non passa molto tempo che li vediamo tornare… carichi di birra e spianata con le olive!

Troviamo anche un tavolino a cui sederci e parte il “momento ristoro” con tanto di brindisi di auguri per il compleanno del Gatto. E così eccoci lì: seduti ad un tavolino in pietra, sotto l’ombra di un albero gigantesco, a godere della brezzolina che soffia ancora fresca. L’idea di ripartire è bel lontana dalle nostre menti, soprattutto al pensiero che a breve tornerà il caldo. Ma proprio a causa di quest’ultimo ci diamo una spinta e alziamo i nostri sederi: così possiamo riposizionarli sulle selle. Io metto il mio sulla mia LIV: e via! Si riparte!
e guarda un po’, per una volta le mie preghiere sono state ascoltate: il vento ha mantenuto la stessa direzione e ci spinge verso casa senza difficoltà o intoppi. Mi sembra di volare! Guardo il mio Garmin che segna i 33 km/h, poi i 34, i 35 e perfino i 40 e mi sento super! So che non è tutto merito mio, ma qualche autoillusione fa sempre bene allo spirito, no?
Come all’andata abbiamo caricato sul bus i partecipanti alla nostra uscita, adesso, che si rientra, iniziamo a scaricarne qualcuno. E arriviamo in 3 al punto di partenza.
Se all’andata c’erano 19 gradi, ora ce ne sono 34, e l’aria calda quasi impedisce di respirare. Siamo arrivati giusto in tempo!
Parcheggio la mia LIV in negozio e me ne torno a casa stanca, sì, ma anche felice e divertita!

Appunto mentale: da ripetere.

Poche idee ben confuse

Eccomi qua, dopo un paio d’anni di silenzio stampa, dopo aver completamente stravolto la mia vita e aver fatto del mio hobby un lavoro: ho aperto un negozio di biciclette insieme ai miei due soci Maurizio e Matteo!

E non è finita qui: non ancora contenta sono diventata una LIV EMBASSADOR.

Che significa, direte voi? Significa che ho due meravigliose bici marcate LIV che mi porto a spasso da un anno ormai. O loro portano a spasso me? Beh questo è ancora da definire. Sta di fatto che insieme ci divertiamo un mondo.

E poi? Che si fa? Cosa fa una embassador? E qui salta fuori il titolo del post. In realtà di idee ne ho una marea, devo solo cercare di metterle in ordine e capire che direzione vogliono prendere.

Così mi sono detta: perché non rimettere mano al mio blog abbandonato e trasformarlo in quello che già voleva essere? Roba da donne avevamo detto? Beh, cosa c’è di più femminile di una linea dedicata a noi donne? Con colori, misure, geometrie, accessori eccetera eccetera eccetera

E quindi niente, si riparte con la prima idea: riaprire il blog. Poi si vedrà!

Nel frattempo vi lascio conoscere le mie compagne di viaggio attraverso qualche foto.

A prestisssssssimo!!!!

SOMMERSI DALLA NOVE COLLI… FINO AL COLLO!

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La prima volta che ho avvertito la presenza della Nove Colli è stata una domenica mattina di sei, sette anni fa: ancora non sapevo cosa fosse la bici, e sentire un elicottero passare sopra Bertinoro mentre cercavo di godermi il mio sonno non è stato un impatto piacevole. Con il passare degli anni, e di qualche altra domenica dalla sveglia frenetica, mi sono trovata coinvolta in questa famosissima competizione organizzata dalla Fausto Coppi di Cesenatico. Essendo una gara su strada, il mio coinvolgimento non è stato diretto: sono entrata dal retro, di soppiatto, e mi sono insinuata sempre più nel meccanismo. I primi anni la mia partecipazione era legata al Ciclo Evento, la fiera che si tiene a Cesenatico nei giorni precedenti la competizione: vivevo i preparativi, la pubblicità, vedevo i concorrenti che si preparavano, chi comprando abbigliamento, chi acquistando integratori, e chi tirando a lucido la propria bici. Osservavo gli appassionati e i semplici curiosi. E in questo mondo variopinto vedevo le novità, le super offerte, i tre-per-due, i restituisci-il-vecchio-e-prendi-il-nuovo, e ci sguazzavo come un’anatra nello stagno!

in attesa del gruppo dei primi

Davide e Alessandro in attesa del gruppo dei primi

Ecco Alessandro pronto con i guanti
Quest’anno sono andata ancora più a fondo, sono entrata nella competizione, l’ho vista da un’angolazione ancora a me sconosciuta: ho fatto parte di un team di assistenza meccanica!
E’ stato Maurizio che ha composto la propria squadra: reclutato dall’associazione organizzatrice dell’evento, ha chiesto ad Alessandro, mio marito, e a Davide, di dargli una mano. E io? Io ero il Jolly! 🙂
La giornata è iniziata prima di quelle domeniche con l’elicottero, e prima ancora delle giornate passate a lavorare in fiera: alle quattro ci siamo alzati.

Maurizio munito di ombrello

Maurizio munito di ombrello

Avevamo preparato tutto il giorno prima, quindi non abbiamo fatto altro che coprirci per bene e partire alla volta della nostra postazione. Maurizio aveva tappezzato l’auto di cartelli che la identificavano come “mezzo autorizzato dell’assistenza meccanica”. Alle 5.30 eravamo sulla rotonda di Bagnarola, e la cosa che mi ha stupita è che non eravamo soli! In mezzo ai segnalatori in casacca giallo fluo, ai paramedici vestiti di arancione e ai motociclisti coi volti coperti da microfoni sproporzionati, spuntavano signore in ciabatte e pigiama, ragazze coi capelli così spettinati che manco fossero appena uscite dalla galleria del vento, vecchietti con l’ombrello, che si riparavano dalla pioggerellina che iniziava di nuovo a cadere, dopo una breve pausa dalla notte precedente.

ecco il primo gruppo

ecco il primo gruppo

Alle 6.00 partiva la griglia rossa, e noi eravamo pronti a seguirla fino a Bertinoro: è stato emozionante vederli arrivare, i temerari che hanno comunque deciso di partire nonostante il freddo e il maltempo. E poi alcuni erano in divisa estiva, e mi sono chiesta più volte cosa avessero in testa quando si sono vestiti al mattino: forse erano ancora annebbiati dal sonno!
Passato il primo gruppo siamo saltati in macchina e ci siamo buttati nella mischia, superati qualche volta dai fotografi e dalle moto dello staff, superando noi qualche gruppetto di ciclisti rimasti indietro, ma stando sempre in occhio. Ed ecco il primo ciclista in difficoltà: aveva forato e stava cercando di cambiare la camera d’aria più in fretta possibile, per non perdere il gruppo! Sono scesi Maurizio ed Alessandro: sembrava di assistere ad un pit stop della Formula Uno. Ottimo lavoro di squadra ragazzi: il nostro amico può ripartire tranquillo.

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Siamo andati avanti così, fermandoci un altro paio di volte, fino alla salita che porta a Bertinoro: in lontananza abbiamo scorto il nostro amico Daniele, e un po’ di incoraggiamento era doveroso!
Poi via di nuovo, in mezzo a quel marasma di cicloamatori indemoniati, che pur di guadagnarsi un posto in classifica -fosse anche la loro classifica personale- sarebbero stati disposti a vendere l’anima. Il nostro obbiettivo a quel punto era raggiungere la postazione fissa di Perticara.

ecco Daniele bello carico!

ecco Daniele bello carico!

Il giorno prima avevamo lasciato una macchina in paese, carica di tutto il materiale necessario: gazebo, tavolini, cartelli, teli, eccetera. Abbiamo scalato il Barbotto per la seconda volta in due giorni, in macchina ovviamente! In cima, tra pioggia e nebbia, altro personale addetto stava predisponendo il ristoro e altri punti di assistenza meccanica.

Postazione pronta!

Postazione pronta!

Tagliando direttamente verso Perticara, siamo arrivati in fretta in paese e abbiamo deciso di posizionarci di fianco al ristoro: la pioggia non ci ha voluti aiutare, tanto che abbiamo dovuto fare in fretta e furia a montare il gazebo. Poi, una volta riparati dalla pioggia, abbiamo finito di allestire con calma: le cassette degli attrezzi appoggiate in un angolo, il materiale di ricambio su un tavolino, i copertoni appesi, i cavalletti pronti ad accogliere le bici infortunate, e quattro sedie per rilassarci nell’attesa. Nel frattempo la pioggia si era calmata, ed aveva lasciato il posto ad una nebbia fitta e fredda.

DSC06391 La stessa che ha accolto il primo arrivato! Che ovviamente non si è fermato al ristoro: nessuno dei primi lo ha fatto.
I primi erano quelli che dovevano fare il tempo, finire in classifica. E dire che chi passava da lì faceva il giro lungo, quello da 200 km. Manco in macchina riuscirei a farli senza fermarmi 😀

in attesa

in attesa

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E poi è arrivato il sole, e sono arrivati gli altri, tanti gruppetti: man mano che passava il tempo, chi arrivava aveva sul viso l’immagine della stanchezza, dello sfinimento, del “ma-chi-me-l’ha-fatto-fare”. E loro sì, si fermavano. Si fermavano a bere, mangiare, riposarsi. E tanti si sono fermati anche da noi, al punto di assistenza meccanica di Perticara, dove Maurizio e Alessandro regolavano cambi, distribuivano olio sulle catene asciutte lavate dalla pioggia, cambiavano camere d’aria e copertoni. E’ stato bello vedere i volti dei ciclisti distendersi, rilassarsi, felici di poter ripartire per terminare la loro impresa, la loro sfida personale. Erano grati!

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E anche io ho partecipato, nel mio piccolo, sistemando qualche bici sul cavalletto, mettendo un po’ di olio sulle catene scricchiolanti per la troppa pioggia, e preparando dei bei panini con salame e mortadella. Perché una bella merenda non fa mai male!

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il nostro amico Andrea che recupera le forze

E’ stata una bellissima esperienza, che ripeterei cento volte, nonostante la levataccia e il freddo, perché entrare così nel profondo di una gara, pur non partecipandovi, è un privilegio che non viene concesso a tutti.

DSC06416Vorrei solo fare un appunto finale, vista la polemica che ha imperversato in questi giorni su Facebook: la pulizia delle strade è un dovere di tutti, ciclisti, automobilisti e pedoni. Durante la gara erano stati predisposti dei punti di raccolta per permettere ai partecipanti di liberarsi delle cartacce, e ho visto con i miei occhi personale addetto alla raccolta, che dopo la gara passava sui bordi delle strade a ripulire tutto. Resta il fatto che quel personale non avrebbe dovuto esserci: i ciclisti per definizione dovrebbero essere amanti e rispettosi della natura, dovrebbero mettersi in tasca quelle cartacce che si portano da casa, per gettarle nei loro bidoni, non sul ciglio della strada. Quindi faccio un appello a tutti i ciclisti: se volete essere rispettati, iniziate a rispettare voi per primi. Che siate stradisti o bikers, che siate podisti o passeggiatori, rispettate l’ambiente e le persone che vi circondano: andare per strada e vedere che è tutto verde, bello e pulito fa bene anche allo spirito oltre che al nostro pianeta!

La natura è bella anche dietro casa!

Venerdì 27 marzo sono stata ad una presentazione: la presentazione di una CARTINA.
Ora, tralasciando il fatto che fino a qualche giorno prima avevo letto e capito CANTINA, e per tutto il tempo avevo inteso che sarei andata ad una degustazione di vini, alla fine di tutto devo dire che sono stata molto felice di aver assistito a quvalle del borelloesta serata.

Il tutto è partito per caso, una di quelle storie che si vedono solo nei film: vecchi compagni di scuola che si incontrano dopo più di vent’anni, uno dei due, Raffaele Monti, si è lanciato nel mondo della cartografia, e, insieme a Massimo Gentili, sta mappando tutta la nostra zona. Tutti i sentieri, le stradine, i percorsi, pedonali o ciclabili che siano, i punti di interesse e quelli di ristoro: tutto segnalato su queste cartine.

L’altro è Maurizio, appassionato di mountainbike e natura.

Ed è stato Maurizio a segnalarmi la serata di presentazione della mappa della Valle del Borello. Ed è proprio lì che siamo andati venerdì: a Linaro, in un ristorante molto alla buona, di quelli a conduzione famigliare, dove ti danno tanta roba buona, fatta col cuore e ti fanno spendere pochi euro. Si chiama “Pasa l’osc”, e una volta era anche una balera. Più romagnolo di così si muore! 🙂

I relatori della serata, Massimo Maffi, Massimo Gentili, Edoardo Turci e Raffaele Monti

I relatori della serata, Massimo Maffi, Massimo Gentili, Edoardo Turci e Raffaele Monti

E così, dopo che io e Ale  abbiamo finito di cenare, siamo stati raggiunti da Maurizio, Mariusz e Valerio e ci siamo accomodati in prima fila, in posizione di ascolto. Sinceramente, quando Edoardo Turci ha iniziato a parlare (di Linaro e della sua storia), ho pensato di essere finita nel posto sbagliato: la sensazione era quella di essere fuori luogo, in un posto che non era mio. Piano piano, guardandomi attorno, mi sono accorta che lì c’era il PAESE, c’erano persone che si conoscevano tra loro, ed io non c’entravo nulla. Poi la parola è passata ad un altro signore, di cui purtroppo non ricordo il nome: ci ha parlato del suo gruppo di camminatori, di come hanno iniziato, un po’ per gioco, a percorrere lunghe distanze, sempre con calma, sempre godendosi la natura, per scoprire il loro territorio.

 

le cascate del Rio Cavo

le cascate del Rio Cavo

Ci ha raccontato di come hanno trovato e aperto nuovi sentieri, e ci ha mostrato le foto dell’ultimo, meraviglioso, sentiero che costeggia il Rio Cavo , il fiume che scorre nella Valle del Borello: c’erano boschi, cascate, verde, foglie, natura. E la considerazione finale che ha fatto è stata la più giusta che avessi mai sentito: è inutile andare a cercare le bellezze della natura viaggiando a migliaia di chilometri di distanza, quando non conosciamo quelle che sono a due passi da casa nostra! E mi ha ricordato quando mi sono trasferita a Bertinoro, e ho iniziato a fare delle passeggiate per esplorare la zona: partendo dal paese ed allargandomi sempre di più, passando alla corsa per coprire maggiori distanze, ed infine alla bici. Mi ha ricordato la gioia delle scoperte fatte: un anfratto, una viuzza, un boschetto, luoghi conosciuti ma misteriosi allo stesso tempo.

 

Come essere nell'Eden

Come essere nell’Eden

E così ho trovato il mio posto in quella riunione di compaesani: e non ho potuto fare a meno di sorridere quando, durante la proiezione delle vecchie foto in bianco e nero delle famiglie che avevano abitato quei luoghi tanti anni fa, molti riconoscevano parenti ed amici o addirittura se stessi. Persone che non c’erano più, o che, ancora vive, si portavano sulle spalle il peso dei loro anni. “Quèla l’è la Rosina!” (Quella è la Rosina) dicevano, e commentavano commossi e divertiti allo stesso tempo. La stanza era pervasa da un fiume di ricordi ed è stato meraviglioso! Raffaele è stato breve: lui il lavoro grosso lo aveva fatto prima, percorrendo i sentieri, segnalandoli, definendo le cartine con cura meticolosa. La sua presentazione era in quelle scatole dietro di lui, piene di libricini verdi, pronti per essere aperti, sfogliati e consultati. Quando si sono accese le luci ho notato che a poche sedie di distanza dalla mia c’era una vecchietta: piccola, minuta, sembrava avesse quasi cento anni, ma dalla sua pelle di carta traspariva una forza mai vista!
Quindi alla fine qual è la morale della storia? Usciamo di casa, guardiamoci attorno, rendiamoci conto che non conosciamo realmente il luogo dove viviamo, e VIVIAMOLO davvero!

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Bisognerà pur mangiare!

Ieri, domenica 15 marzo, abbiamo partecipato al primo raduno della stagione. Veramente non era il primo, i raduni invernali sono già iniziati da un mesetto, e a dirla tutta questo era l’ultimo del Campionato Romagnolo “Mare e Collina”, ma vuoi perché i raduni in pineta non li facciamo tanto volentieri (causa sabbia), vuoi perché a quello di Castrocaro non siamo andati causa pioggia abbondante nei giorni precedenti, sta di fatto che solo ieri siamo riusciti ad organizzarci per andare a quello di Fratta Terme.
A Fratta si gioca in casa, siamo nel nostro territorio, ma nonostante siano strade che frequentiamo spesso, sono tre anni che lo faccio e mi è sempre piaciuto.
Generalmente si parte da Fratta Terme, arrivando a Teodorano dopo qualche saliscendi ed infine si torna al punto di partenza, per un percorso medio di una trentina di km.
Ricordo il primo anno: pensavo di non farcela! Le salite erano durissime, e la discesa che da Teodorano arriva al fondovalle della Fabbrona era un continuo di fango e canali, per non parlare dell’ultimo tratto fortemente in pendenza. Però ero arrivata a fare tutto il giro, anche grazie al bel ristoro che avevano allestito a Montecavallo.
Lo scorso anno il giro era stato identico, tranne che per un particolare: mancava il ristoro.
Ieri mattina, partita da casa un po’ di fretta, ho infilato in tasca giusto una barretta, certa del fatto che avrei avuto di che sfamarmi durante il percorso. Ho aspettato il gruppo a Diegaro, poi ci ha superato un gruppo di ciclisti, e ci siamo aggregati a loro fino a Forlimpopoli. Mettersi in scia è un po’ come agganciarsi ad un treno in corsa: devi essere abbastanza veloce per riuscirci, ma una volta dietro con il minimo sforzo riesci a mantenere una velocità che da solo non potresti mai avere se non sudando sette camicie!
All’iscrizione ci hanno chiesto otto euro… Otto… mi è parso un pochino esagerato, visto che lo scorso anno erano sette. Il pacco gara: una maglietta bianca stampata taglia unica -vale a dire ENORME. Ma siccome di solito non mi lamento e mi piace vedere sempre il lato positivo delle cose, ho annunciato che quello sarebbe diventato il mio pigiama.
Il tempo di attaccare i numeri alle nostre mountain bikes e di riempire il minuscolo zaino di Roby con tutte le nostre magliette (e in quel momento ho capito che non era piccolo: era la borsa di Mary Poppins travestita da zaino!), e siamo partiti.
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Quest’anno il percorso era stato leggermente modificato, e, per intenderci, quella che era la discesa da Teodorano, è diventata la salita verso Teodorano! Piuttosto dura, direi, ma piano piano si faceva.
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(Io poi ieri, non so il perché né il percome, ero in una forma smagliante)
Arrivati in cima avevo già dato fondo a tutte le scorte alimentari e già pregustavo un bel pezzo di crostata, o un semplicissimo pezzo di pane con marmellata.
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Ma non c’era niente.
Da Teodorano siamo ripartiti per Montecavallo, e… ecco un ristoro!!! Ah, no, non era per noi, ma per il raduno su strada Grama che si svolgeva in contemporanea ieri mattina… 😦 E gli ausiliari sono stati ben attenti a specificarlo mentre passavamo: “Voi andate dritto, qui non potete fermarvi!!”
E vabbè, ci daranno qualcosa a Montecavallo! Ma nemmeno lì c’era traccia di cibo. La fame aumentava, così abbiamo deciso di saltare l’ultima salita per andare direttamente all’arrivo, dove ci aspettava nientepopodimeno che… un pasta-party!! Yuppieeee
Ora, so che pasta-party significa che ti danno della pasta… ma almeno un pochino di ragù ce lo potevano mettere? E due dolcetti? Qualche biscotto? Un pezzo di piadina, visto che siamo in Romagna? Niente, solo pasta e qualcosa da bere. E allora mi sono chiesta quegli otto euro che abbiamo pagato dove sono andati a finire?

La prossima volta mi riempio le tasche di merendine, evito l’iscrizione (non è una questione di taccagneria, ma di servizio che viene pagato e non dato) e la pasta me la mangio a casa.

A parte questo è stato divertente come al solito, e grazie agli amici che mi hanno accompagnata nella volata finale, anche se non ero in gara, Maurizio, Andrea e Roby, a quel povero tizio a cui abbiamo fatto sputare sangue perché pensava fossimo in gara, e a quelli che hanno ceduto prima, Sparzo e gli altri che -belli stanchi- se ne sono tornati a casa già da prima del bivio verso la Busca!

Dicesi giro “tranquillo”…

Come ogni sabato pomeriggio, il programma era di trovarsi alle 14 al solito posto. Il giorno prima Ale mi aveva mandato un messaggio: “Viene una ragazza nuova: trattatela bene”. Per “trattare bene” intendeva: non andate troppo forte e cercate di fare un giro facile.
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Il problema è che NESSUNO sa che giro faremo finchè non siamo tornati tutti a casa, DOPO il giro stesso. Strano dite? No, normale: il bello di partire con la mountain bike è che puoi improvvisare in ogni momento, puoi decidere di scendere per quel sentiero o per quella vigna, o semplicemente passare da una strada inghiaiata.

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Insomma, anche questa volta tutti puntuali: Cinzia era arrivata un po’ preoccupata per questo esordio alla cieca, ma abbiamo cercato di metterla subito a suo agio!
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Il problema è sorto quando, volendo provare a decidere una meta, Mariusz ha detto “Mi piacerebbe tanto andare a vedere il castello di Teodorano”. Detto, fatto: restava solo da decidere il percorso, ma la meta era bella che definita!
Siamo partiti cercando di mantenere un ritmo pacato: ma siccome d’abitudine si parte sempre sparati, quel giorno sembrava di vedere dei cavalli scalpitanti frenati dalle briglie!

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Per arrivare a Teodorano bisogna affrontare due salite: si deve raggiungere Bertinoro e poi, dopo essere scesi, si risale verso Monte Cavallo e da lì raggiungere il piccolo paesino è un attimo. Bastava scegliere quelle meno faticose, ma sempre salite erano!image

Abbiamo preso la via Cupa, che sale in modo relativamente dolce su un letto di ghiaia. Sinceramente non ricordo i nomi di tutti i partecipanti al giro di ieri: c’era Beatrice, super in forma (e in testa) come al solito, c’era Maurizio con la sua fat bike, c’era Sauro, che col suo gruppo Freebike ci ha accompagnati per un pezzetto, e poi Paolo (con la sua bici in prestito super pesante), il fotografo ufficiale Mariusz, Cinzia, che, pur restando in fondo alla fila, non si è mai arresa fino alla fine. E ancora Andrea, Sirio e Aurelio, che da poco hanno iniziato ad uscire con noi, ma mi pare si divertano proprio, dato che tornano! 😉
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Arrivati in cima abbiamo fatto un pezzo in asfalto, passando da Tessello, per arrivare alla discesa (o salita, dipende da dove la si affronta) della “Busca”, detta anche “dell’immondezzaio”. Perché li sotto c’è una discarica. E detta così potrebbe sembrare una cosa orribile e puzzolente, invece è uno dei posti più belli ed affascinanti qui in zona: un crinale che sovrasta colline frastagliate, animate da variopinte sfumature di verde: è uno spettacolo della natura, anche se parzialmente creata dall’uomo. Il sentiero sembra facile, perché in ghiaia, ma bisogna prestare attenzione perché è molto rovinato, in certi punti si sono formati dei canali a causa delle piogge insistenti e della neve; in altri è pieno di sassi che si spostano sotto le ruote al tuo passaggio, e nel mezzo piano piano sta franando il sentiero: ogni volta manca un pezzetto di strada. La mia paura è che un giorno crolli definitivamente, ma spero accada più in là possibile nel tempo!
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Abbiamo affrontato la discesa ognuno a modo proprio, ognuno con la propria andatura e velocità… e io sono pure scesa dalla bici ad un certo punto! Quasi me ne vergogno, ma da quando ho la bici nuova e non ho più il reggisella telescopico non mi sento più tanto sicura: è più forte la paura di cadere della voglia di buttarmi da una bella discesa, ma mi rimetterò presto in sesto! 😉
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Arrivati in fondo alla discesa abbiamo ripreso la via, metà inghiaiata e metà in asfalto, che porta verso Monte Cavallo. Finchè non siamo arrivati al fatidico bivio: la prima strada è molto più lunga, ma la salita è affrontabile, e con un po’ di pazienza si arriva in cima senza problemi. Poi c’è il cosiddetto “taglio”: una pendenza che arriva fino al 28%, molto più breve per fortuna, ma per affrontarla, anche se è in asfalto, bisogna mettersi tutti in avanti sulla sella, spingere i gomiti verso il basso -far avanzare il baricentro il più possibile insomma- per evitare che la ruota davanti si alzi.
Per fortuna durante la salita siamo stati costretti a fare una pausa, a causa di una frana che aveva interrotto la strada: mai -e dico MAI- pensare che si possa arrivare a casa puliti come quando si è partiti! Per passare in mezzo alla frana fangosa, bici alla mano, mi sono impiastricciata tutte le scarpe di fango. Ma ormai non ci faccio neanche più caso: poi quando si asciuga basta una scrollata e viene via tutto 😉

Per arrivare a Teodorano senza dover passare dalla strada, c’è un bellissimo taglio che inizia con una discesa ristoratrice, poi risale piano piano per riportare alla via principale. E’ una via inghiaiata, con qualche tratto di asfalto vecchio e rovinato, passa davanti a qualche abitazione, in mezzo agli alberi, e lascia intravedere in certi passaggi la vallata -quella che chiamiamo la “Fabbrona”-  che separa i due monti. Giunti al termine di Via Paderno (così si chiama) è un attimo raggiungere Teodorano, e dalla piazza circondata dalla rocca ci si può solo fermare per ammirare lo spettacolo mozzafiato che ci si trova davanti!image

Noi, per non farci mancare niente, abbiamo fatto una bella foto di gruppo, e poi abbiamo legato Paolo con la corda che “casualmente” Mariusz aveva nello zaino! Non chiedetemi perché o percome, ma quando è il momento di divertirsi facendo cose senza senso siamo i primi!
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Cinzia era talmente contenta di essere arrivata a Teodorano che non smetteva di scattare foto 🙂
Dopo una merenda veloce ci siamo rimessi in marcia: scendendo dalla strada asfaltata verso il cimitero di Meldola, ci si trova, dopo una serie di curve, una via sulla destra, che se non si sta attenti la si perde di vista e si tira dritto. E’ quello che ha fatto metà del gruppo, purtroppo. Ma visto che, oltre ad evitare il traffico e passare in mezzo a viste meravigliose, risparmia un bel tratto di strada, arrivando direttamente a Fratta, dopo una telefonata per avvisarli di non aspettarci, ci siamo fiondati di nuovo in mezzo alla ghiaia.
Io adoro quel tratto, perché dopo una parte iniziale un po’ chiusa, si versa in mezzo alla campagna: i colori sono stupendi, in base alla stagione mutano dal bruno dei campi arati, al verde dei germogli di grano, al fieno dorato d’agosto!image

Giunti alla Fratta, con tanta pazienza, ci siamo messi in fila indiana ed in mezzo al traffico piuttosto intenso siamo tornati verso Bertinoro, dove io ho affrontato in solitaria l’ultima salita per arrivare a casa!

Bel giro anche stavolta, alla prossima ragazzi!

La pulizia della bici… pubblicità!

Può sembrare un momento pubblicità, ed effettivamente… lo è! Non che io venga pagata, o che mi abbiano promesso chissà quali ricompense, voglio semplicemente consigliarlo a chi ancora non l’ha provato.

Vi ricordate quando con calma e pazienza vi ho spiegato come pulire la vostra bici? Beh, dopo di allora mi sono imbattuta in questo Resolv Bike: e tutto quello spazzolare, sfregare, ecc. sono diminuiti notevolmente! Intanto che lui agisce indisturbato sul grasso della catena che si è impastato perbenino con fango e polvere, io penso a lavare il telaio e le ruote. Una spruzzatina e una passata di spugna e poi una bella sciacquata! Tutto con lo stesso prodotto ovviamente.

E’ così che ha fatto Vincenzo dopo essere stato a scorrazzare per discese piene di fango: è tornato a casa, ha guardato la sua bici e ha detto “qui ci vuole una bella lavata!”

vincenzo prima          vincenzo dopo

La stessa cosa deve aver pensato Luca, quando ha guardato la sua Rocky Mountain tutta sporca e piena di terra: quando si riducono così c’è poco da fare! L’umidità e lo sporco sono deleteri per il nostro mezzo preferito: si insinuano nelle giunture, creano ruggine dove possono e attriti indesiderati dove riescono: sono a rischio lo sterzo, i pedali, gli ammortizzatori. Per non parlare della catena: se la lasciate così state pur certi che inizierà presto ad arrugginire. E, come ben sappiamo, la manutenzione di questo tipo costa cara!

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Credo che Stefano abbia fatto il mio stesso ragionamento quando ha tirato a lucido la sua:

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E io non sono da meno: mi piace avere la mia BMC perfettamente pulita. Mi piace portare via tutto lo sporco, e vedere, mentre sciacqui via la schiuma, che sotto è di nuovo tutto lucido. E pensare che non sono affatto una maniaca delle pulizie;-)
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Maurizio ha usato ResolvBike per pulire la sua fat: e quella di sporco ne raccoglie lungo la strada!
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Poi ho scoperto che Resolv può essere usato anche come pre-trattante sugli indumenti: Alessandro, il presidente del MTB Cesena (la mia squadra 🙂 ), ha fatto questa prova. Secondo me ha preso spunto dalla pubblicità dell’Omino Bianco, ma ha reso perfettamente l’idea, non trovate?

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La strada verso il mare

10847212_430006757174388_8401888824084755264_oSabato scorso ci siamo trovati col solito gruppetto di bikers per fare un giro: ci siamo guardati negli occhi, poi abbiamo guardato le nostre bici e qualcuno ha azzardato un “facciamo un giro in pianura?” Subito Roby lo ha seguito a ruota, proponendo di andare a prendere un caffè a Lido di Savio! Così abbiamo girato le nostre bici in direzione mare e siamo partiti!
Per andare da Cesena verso il mare si segue pari pari il fiume Savio, in tutte le sue curve e sfaccettature, nella ormai completamente ultimata pista ciclabile che sbuca, per l’appunto, a Lido di Savio.

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La pianura può sembrare facile, ma alla fine è quella che, se affrontata con un po’ di grinta, mette a dura prova le nostre gambe: non ci sono pause in discesa, non si smette mai di pedalare. Il ritmo è continuo e costante ed è decisamente un ottimo allenamento. Devo ammettere però che è anche una noia quando non si fa in buona compagnia. Ma non era proprio il caso di sabato: il gruppetto era ben assortito e ci siamo fatti due risate e quattro chiacchiere tutti insieme!

La partenza è stata decisamente agile, con Sandra in testa che dava il ritmo: 27-29 km/h su strada inghiaiata. E’ stata dura per me starle dietro, ma chi la fermava? 🙂 Abbiamo attraversato diversi paesini, il terreno sotto le nostre ruote cambiava continuamente: ghiaia, asfalto, sterrato ed erba. Via via via! Paolo era al suo primo giro dopo una pausa forzata causata da una caduta, e ce l’ha messa tutta per stare al passo con gli altri: bravissimo Paolo!

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Il nostro passaggio faceva fermare tutti: famiglie a spasso coi cani, signore e ragazze in passeggiata… si fermavano a guardarci passare come se stessero assistendo ad una gara! O forse pensavano solo “ma chi sono questi pazzi? Meglio spostarsi prima che mi investano!” 🙂
Quello più al centro dell’attenzione era Maurizio, con la sua fat bike: la gente non è abituata a vedere quei “ruotoni”, e spesso lo ferma per fargli domande curiose del tipo: “ma come fai ad andare in salita?” oppure “ma non pesa troppo?”
Intanto si continuava a pedalare: a volte lo sguardo era attratto da una frana causata dall’alluvione della settimana precedente, e addirittura abbiamo trovato un tratto di strada chiuso al traffico perché il terreno stava cedendo. In un punto l’argine era rimasto parecchio infangato, tanto che quando per sbaglio sono finita con la ruota in una pozzanghera mi sono trovata incastrata, non sono riuscita a sganciarmi dai pedali e sono caduta come una pera! Per fortuna non mi ha visto nessuno, a parte Guerrino, che mi ha aspettata pazientemente per poi ripartire con me.
Mariusz si divideva fra il fare qualche foto e video ai compagni di viaggio, e dare qualche spinta all’amico Paolo, che si trovava un attimo in difficoltà.1890635_430006547174409_1782027734905854281_o
Eravamo quasi arrivati, l’ultimo tratto alternava sabbia e terra… e diverse pozzanghere! E Maurizio come poteva trattenersi dal saltarci dentro? Ha iniziato a schizzare tutti: Valerio, Federico, Sandra e Roby!
Ma eccoci arrivati: l’ultimo tratto lo abbiamo percorso a piedi, bici alla mano, sugli scogli che delimitavano il mare. Il litorale era ancora devastato dall’alluvione, ma ruspe e trattori stavano lavorando assiduamente per riportare tutto a com’era prima. La spiaggia era piena di spazzatura portata dal mare e dal fiume, oltre che di rami e bastoni. Era un quadro desolante, ma allo stesso tempo affascinante e spaventoso. E’ la bellezza del mare d’inverno, unito al fascino della forza e potenza della natura.10835000_430006747174389_8932164124798462316_o
Siamo rimasti in contemplazione per qualche minuto, mangiando le nostre barrette energetiche, poi abbiamo deciso di rimetterci in marcia per tornare a casa. Avevamo già percorso 30 km: ne restavano altrettanti prima di poter smettere di pedalare.
Il ritorno doveva essere più veloce, per via dell’orario, così abbiamo deciso di percorrere qualche pezzo in più in asfalto. Ho provato a mettermi io in testa, ma una volta che io mi ero scaldata gli altri erano stanchi e abbiamo dovuto rallentare 😉
“Fermi tutti!!”  Sandra si era appena accorta di avere la gomma a terra: ha provato a gonfiarla, nella speranza che reggesse fino a casa. Purtroppo però doveva esserci proprio un bel buco perché a Castiglione siamo stati costretti a fermarci di nuovo: ci ha pensato Mariusz a cambiare la camera d’aria, mentre noi abbiamo fatto sosta in un bar per rifocillarci. Soprattutto Paolo, che deve avere avuto un calo di zuccheri, e ha deciso di recuperare con un paio di brioches!

In tre all’opera per gonfiare la ruota a terra!

Poi tra una chiacchiera e una battuta ci siamo trovati a Cesena.
Io avevo ancora una decina di km da fare prima di arrivare a casa, e mi aspettava una bella salita finale! Ma piano piano sono arrivata anche io… talmente piano che quando ho raggiunto il cancello era quasi buio.
Eppure sorridevo!

Grazie ragazzi, alla prossima!

La ventinove: come stare su un tacco 12!

Chissà se qualcuno si ricorda uno dei miei primi articoli in cui parlavo di questo grande dilemma che attanagliava tutti i bikers: ventisei, ventisette e mezzo o ventinove pollici? Qual è la ruota che meglio si addice al mio stile di pedalata?
E magari ricordate anche il mio parere completamente contrario ai “ruotoni”: vuoi perché non erano così guidabili come una 26, vuoi perché non erano altrettanto “divertenti”, vuoi perché in salita costavano il doppio della fatica…
Ma, si sa, chi disprezza compra, ed io non ho voluto smentire questo vecchio e saggio detto: ed eccomi a cavallo di una ventinove nuova fiammante!
Diciamo che mi ci sono trovata così, all’improvviso: un giorno mio marito mi dice che vuole regalarmi una bici nuova, decidiamo di andare ad ordinarla, io chiedo una 27,5 ma il budget che ci siamo dati non mi permette di arrivare ad avere quello che voglio. Un amico mi fa provare la sua 29 ed il gioco è fatto: in men che non si dica mi trovo nel giro di qualche settimana a sfidare fango e neve sul mio nuovo bolide.bici 29
Ma, devo ammetterlo, non è stato così facile. All’inizio ero decisamente spaesata. Chissà se per la mancanza del mio amato reggisella telescopico (che non ho potuto trasferire dalla vecchia bici per via delle misure differenti), o proprio a causa di quelle ruote enormi, sta di fatto che era come se avessi indossato un paio di scarpe col tacco!
So che ora solo le amiche lettrici potranno comprendere appieno, ma è stato proprio come passare da un paio di sneakers ad un tacco 12: mi sentivo altissima e decisamente poco stabile. In realtà la mancanza di stabilità era legata più ad un fatto psicologico. Avevo cambiato assetto e di conseguenza dovevo cambiare il mio modo di guidare -il ragionamento fila, no?
Tenendo poi conto del fatto che il passaggio è stato fatto in un periodo di pioggia-neve-fango a go go, direi che tutti gli elementi erano sfavorevoli al potermi lasciare andare, ma devo dire che nel giro di qualche mese e 1200 km dopo ho già preso un po’ di confidenza!
Poi se smettessi di andare in giro con le ruote troppo gonfie -per paura di fare troppa fatica, ovvio!- potrei avere più aderenza al terreno, ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca (o la bici piena -di aria- e la ruota stabile).
E poi che dire? Che alla fine mi trovo bene, che affronto gli ostacoli passandovi sopra e non girandovi attorno, che mi tocca frenare il doppio perché in discesa prende velocità all’istante, e che alla fine in salita non è mica male, anzi!
Metto comunque in conto (e aspetto con ansia) il reggisella telescopico, così la prossima estate chi mi ferma più? 🙂

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