FAT…TA BICI!

“Sentivo parlare in continuazione di questa novità. Voci di corridoio che man mano diventavano sempre più insistenti. Vedevo foto, leggevo articoli.
E poi ne ho vista una: il primo impatto che ho avuto con una fat bike è stato quasi indecifrabile. Non sapevo se ridere, sorridere, compiacermi o stupirmi. Come definirla? Grottesca? Simpatica? Comoda? Pratica? Certo, di eleganza ne aveva ben poca, ma esercitava su di me quel fascino che poche bici riescono ad esercitare.4
Provarla per dieci minuti, in strada, aveva solo aumentato la mia curiosità verso questo strano mezzo: l’unica impressione che avevo avuto era di stare come su una poltrona. Comodità assoluta.
2Ci pensavo e ripensavo. Dire che non ci dormivo la notte forse è esagerato, ma era diventata quasi una fissa.
Così mi sono deciso, ne ho ordinata una. Da tenere in negozio, mi dicevo. Magari qualche volta ho l’occasione per provarla, mi dicevo.
E l’occasione è arrivata, un pomeriggio d’autunno: terreno asciutto, ma sconnesso, molta ghiaia, molte scanalature, qualche fosso.
Sono partito convinto del fatto che avrei faticato parecchio a portarla su per salite ripide: a guardarla non sembrava proprio una piuma! E invece mi sono trovato stupito di come quelle grosse e grasse ruote afferrassero con forza il terreno sottostante, si aggrappassero tenacemente per portarmi su, su fino in cima. E non solo: pedalare in contropendenza è stato un gioco da ragazzi, come se mi trovassi in un tratto di pianura.3
Certo, non è leggerissima, ma non impedisce di percorrere sentieri con una certa pendenza.
La forcella rigida non ha creato nessun tipo di problema, vista la mole delle ruote avevo tutto il gioco che volevo: sulla ghiaia era come scendere in asfalto, sullo sterrato passavo sopra pietre, buche e dossi come se sotto al sedere avessi una schiacciasassi. E mi sono stupito quando, attraversando un fosso preoccupato di caderci dentro, non mi ero accorto di essere già passato dall’altra parte!5
Insomma, non posso certo dire che sia stato amore a prima vista, ma si sa, i colpi di fulmine hanno una breve durata: me ne sono innamorato piano piano, apprezzandone di volta in volta i pregi che emergevano, e ho deciso di comprarne una per me.
Sono tentato dall’idea di motorizzarla, e probabilmente lo farò, perchè anche come city bike non è male.
E così ho fat…to la salita, ho fat…to la discesa, ho fat…to anche il fosso, che fat…ta bici che è la fat bike!”
Maurizio

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DECISA LA TRACCIA, SI SEGUE LA TRACCIA

Ci siamo organizzati bene, Maurizio ha studiato una bella traccia, e l’appuntamento è alle 9 al solito negozio di bici: Paolo è sempre il primo ad arrivare, poi ci sono io, seguita da Maurizio e Sergio. Per ultimo Walther. Carichiamo le bici e gli zaini sul pulmino: la giornata è calda, e dobbiamo portare con noi, oltre alla borraccia, lo zaino con la sacca idrica. Anche perché non sono previste fontane lungo il percorso.
Finalmente è tutto pronto, abbiamo dieci minuti di ritardo sulla tabella di marcia, quindi via di corsa!! E…chi incrociamo per strada? Alessandro! Viene anche lui. Così fa una bella inversione e ci segue. Stefano ci aspetta all’ingresso di Borello della E45, e anche lui si accoda alla carovana.
Si viaggia fino a Badia Prataglia, dove parcheggiamo ed iniziamo a prepararci.

Dato che ci siamo, perché non farci un bel panino prima di partire? Sì, perché, per non farci mancare niente, ci siamo portati anche il pranzo al sacco: Paolo ha addirittura un panino con miele e Nutella, e decide di farsi il pieno di energia subito prima di iniziare a pedalare!

Paolo si gusta subito il suo panino con miele e Nutella!

Anche Maurizio, Walther e Sergio decidono di seguire l’esempio di Paolo.

Maurizio mangia il suo panino

Maurizio mangia il suo panino

Walther ne ha portati quattro: non si sa mai!

Walther ne ha portati quattro: non si sa mai!

Sergio finisce di sistemare lo zaino

Sergio finisce di sistemare lo zaino

La giornata è perfetta: l’aria è pulita, il sole splende, la temperatura è di una ventina di gradi e finalmente si parte.

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Iniziamo in asfalto, scendendo verso La Verna. Seguendo il GPS di Maurizio ad un certo punto troviamo questa stradina che si inerpica nel bosco. E’ un single track piuttosto ripido, e la pioggia della notte precedente ha reso il terreno abbastanza scivoloso. C’è chi ci prova, ma io scendo quasi subito, almeno nella prima parte, poi quando il sentiero si spiana un po’ decido di rimettermi in sella.

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Finalmente siamo in mezzo al verde, alla natura, agli alberi, un rovo si aggrappa alla mia maglia e ne strappa un lembo: è lo stesso rovo che ha fatto sanguinare l’avambraccio di Maurizio qualche secondo prima. Ma fa tutto parte del gioco e non ce ne curiamo nemmeno!
Affrontiamo la prima discesa: qualche roccia un po’ scivolosa, qualche scanalatura scavata dalla pioggia e… ci troviamo di nuovo in strada! C’è qualcosa che non va… Dopo una breve consultazione della traccia si decide di tornare indietro: probabilmente abbiamo perso il bivio. E così si sale di nuovo per quella che fino a qualche secondo prima era stata una discesa.

Consultazione collettiva del GPS di Maurizio

Consultazione collettiva del GPS di Maurizio

La troviamo subito, quella minuscola freccia affissa ad una betulla, ma chi avrebbe potuto vederla prima?

Si vedeva bene l'indicazione, no?

Si vedeva bene l’indicazione, no?

Prendiamo finalmente il bivio giusto, e ci troviamo a passare in mezzo ad una radura, un po’ di pianura, una breve discesa, si passa di fianco ad un gruppetto di case in pietra -stupende!- e poi si inizia a salire! Imbocchiamo questa mulattiera. Un vero e proprio falsopiano: pur sembrando pianura o addirittura discesa, arriva ad un 9% di pendenza. Poi ci sono parti che non sono false per niente, e la salita si vede e si sente tutta, ma noi non abbiamo fretta, si va ognuno del nostro passo, ci si ferma ogni tanto e ci si aspetta, e intanto si fa anche qualche foto.

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Arriviamo finalmente al bivio che ci riporta nel bosco: sono questi i luoghi che adoro! C’è odore di muschio, di foglie bagnate, di funghi. Ed effettivamente i fughi ci sono: è pieno! Inizia a soffiare il vento, che si muove fra i rami. Il sentiero è pulito, si prosegue bene, senza inghippi; qualche volta siamo costretti a scendere: un passaggio difficile, una pendenza impossibile o qualche radice di troppo. Il silenzio del bosco è spettacolare: ci siamo solo noi e il vento. Passiamo di fianco allo spiazzo dove Maurizio si è fermato a dormire due anni fa, e lo vediamo perdersi nei ricordi di quell’avventura! Ci racconta di come avevano deciso di fermarsi, di dove avevano montato la tenda, degli animali che durante la notte passavano loro accanto, dell’adrenalina, la paura, l’emozione di quei posti.

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Un 34% di pendenza ci costringe a scendere e a proseguire a piedi

Ci addentriamo finalmente nel bosco

Ci addentriamo finalmente nel bosco

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Ma è ora di ripartire, e poi, d’un tratto, senza nemmeno accorgercene, siamo arrivati! Poggio tre vescovi è lì: un cartello, altitudine 1.240 metri, tanta soddisfazione e anche tanta fame!!!

Eccoci finalmente in cima!

Eccoci finalmente in cima!

Eh sì, abbiamo pedalato fino all’una e mezza passata ed è decisamente ora di dare fondo alle nostre scorte di cibo! Tanto, dice Maurizio, da qui in poi è tutta discesa!
Scegliamo uno spiazzo illuminato dal sole, e ci abbuffiamo!

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Vorremmo anche riposare un po’ di più, ma siamo molto sudati, e il vento ha iniziato a soffiare più forte di prima. E’ ora di mettere un antivento e di iniziare a scendere…
Scendere? Non esattamente. Andando verso sinistra ci troviamo a fare la strada dell’andata a ritroso, ma su un livello più alto (sentoero 00), e mantenendoci dentro al bosco. Solo che non è tutta discesa: si tratta piuttosto di un saliscendi. E siccome è noto che, a parità di lunghezza, le discese sono molto più brevi delle salite, ci troviamo a sudare e faticare di nuovo, in mezzo a questo sentiero che passa attraverso il bosco, si infila in mezzo a qualche radura, alterna ombra a sprazzi di sole, terreno asciutto a rocce e pozzanghere. Ci infanghiamo, sudiamo, ci graffiamo, a volte scendiamo e proseguiamo a piedi, ormai stremati.

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Un’ultima discesa su un terreno roccioso e sbuchiamo alla seconda meta: il Passo dei Mandrioli! Qualche foto è d’obbligo, e riusciamo anche a trovare un passante che gentilmente ci scatta una bella foto di gruppo.

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L’ultimo tratto è tutto in asfalto e (finalmente!) in discesa, e ci riporta al parcheggio. Tempo di una rinfrescata, una cambiata, e una merenda veloce e poi si riparte, direzione CASA!

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Paolo e Ale decidono di fare anche un po’ di stretching 🙂

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Una merenda direi che ce la meritiamo tutta dopo la fatica fatta!

35 km, 1300 metri di dislivello: è stata proprio una bellissima, massacrante, ma soddisfacente avventura!

Il kit salva biker

Andare fuori strada porta spesso a inconvenienti piuttosto spiacevoli. Possono capitare a chiunque, ma è da quelli che si può imparare, oltre che a prevenirli in certi casi, a salvare la nostra uscita senza essere costretti a tornare a casa a piedi.
Ricordo ancora quel pomeriggio di due estati fa: avevo delle ruote con camera d’aria. Ad un certo punto abbiamo preso un taglio in mezzo ad un campo di ulivi. Sentivo Maurizio che continuava ad urlare: “scendi dalla bici e sollevala da terra!”. Io, invece di farlo, domandavo “Perchè??”. Poi l’ho capito il perchè: era pieno di rovi! Lì per lì pareva che non fosse successo nulla, ma avviatami verso casa mi son accorta ad un certo punto di avere la gomma a terra! Dopo il primo momento di panico ho chiamato mio marito, che fortunatamente era da quelle parti: nel borsello sotto la sella avevo una camera d’aria di riserva e una bomboletta d’aria per gonfiarla. Poi da lì a cambiarmela da sola ce ne vuole, ma almeno avevo il kit, e sono potuta tornare a casa pedalando!

Poi c’è stata quell’altra volta… lì mi sono presa un bello spavento! Io e Ale stavamo percorrendo il sentiero che costeggia il fiume Savio, un single track sterrato, praticamente in pianura. Un tracciato molto semplice, con quelche sasso qualche radice, ma niente di che. Beh, quel giorno troviamo i classici “lavori in corso”: terra smossa, alberi sradicati, eccetera eccetera. Vedo con la coda dell’occhio questo ciuffetto di radici che spuntano dal terreno, ma non ci faccio molto caso e passo lì a fianco. E poi sento quel rumore, come uno sbuffo d’aria: ho la gomma completamente a terra! Comincio ad urlare ad Ale di tornare indietro, e appena mi raggiunge cominciamo a cercare di capire come ho fatto a bucare, ma soprattutto DOVE ho bucato, perchè la gomma sembra intonsa.
A quel punto decidiamo di tentare la cosa più ovvia: gonfiamo e vediamo che succede. Prendiamo la pompetta, la inseriamo… la inseriamo… ecco dove sta il problema! E’ saltata via la valvola!! Morale della storia: me la sono fatta a piedi fino alla strada e poi mi sono fatta venire a prendere.

Infine c’è il forcellino. Il forcellino è quel pezzo che collega la parte di fissaggio della ruota alla bici, a tutto il gruppo del cambio. Vale a dire che se si rompe quello siamo completamente fregate!
Già dal primo giro lungo che avevamo fatto in Val di Fassa, Maurizio mi aveva suggerito di tenerne sempre uno di scorta, perchè è una parte continuamente sottoposta a sollecitazioni, quindi è facile che si possa rompere quando meno ce lo aspettiamo. Ed effettivamente il momento è arrivato per me mentre… lavavo la mia mtb! Stavo rimettendo la ruota dietro, ho sollevato la parte del cambio e …tac! Spezzato di netto! Ho ringraziato che non mi fosse successo mentre pedalavo da sola per i campi di Bertinoro, e sono corsa dal meccanico per farlo sostituire e per ordinarne un altro.

Una cosa non mi è ancora capitata (e spero di non “gufarmi”, sinceramente): danni alla catena. Però se si dovesse spezzare o danneggiare in qualche modo, è sempre bene avere con sè una falsamaglia: che non è altro che una maglia della catena che ne va a sostituire un’altra ed è facilmente inseribile, con l’apposito attrezzo ovviamente.

Detto questo, sulla base della mia esperienza personale, vi suggerirei di mettere sempre nel vostro zaino, se ne avete uno, o in una finta borraccia (un contenitore che sta nel porta borraccia della vostra bici):

  • un multiattrezzo (completo di ganci per togliere il copertone e di attrezzo per mettere la falsamaglia);
  • una camera d’aria (anche se avete ruote tubeless potreste sempre aver bisogno di metterla momentaneamente);
  • una bomboletta di azoto per il gonfiaggio rapido;
  • una bomboletta di schiuma (solo se avete ruote tubeless: vi serviranno per chiudere buche che il liquido interno non riesce a riparare)
  • una valvola adatta alle nostre ruote;
  • un forcellino (ne esiste uno per ogni modello di bici, quindi assicuratevi di ordinare quello giusto);
  • una falsamaglia.

Non indispensabili, ma se ci sono non fanno male:

  • una pompa portatile;
  • un paio di pastiglie per freni, se avete i freni a disco (portatele se avete in previsione giri lunghi e lontano da casa).

 

Andiamo a Milano Marittima… in pineta o al Pineta??

Un commento a caldo sulla serata di ieri: stupenda, divertente, romantica e spensierata!
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Proprio una settimana fa veniamo a sapere tramite Guerrino che c’è questa iniziativa: una certa Cristina sta mettendo in piedi una notturna in pineta, con tanto di mangiata finale di pesce. Why not?
Iniziamo ad organizzarci, macchine, pulmino, bici e non bici, chi viene e chi no, e come sarà il tempo, pioverà o non pioverà?
Incerti fino alla fine decidiamo di rischiare, e, detto col senno di poi, abbiamo fatto proprio bene!

Il ritrovo è allo stadio dei Pini di Milano Marittima. Dopo esserci persi per il centro seguendo Marco, riusciamo a raggiungere il luogo d’incontro: scarichiamo le bici, mettiamo scarpe e casco e siamo pronti! Maurizio, Marco, Sergio, Sara, Cristina, Roby, Walther, Andrea, Mirco, Guerrino, Stefano e tanti altri.
Le nostre guide sono tutte donne e la cosa ci piace!

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Ci addentriamo subito nella pineta, in mezzo agli alberi, un bel gruppo di una trentina di persone: si viaggia belli compatti, ad andatura tranquilla. E le persone che ci vedono passare rimangono stupite a fissarci! Chissà cosa passa loro in testa 🙂

Il paesaggio si alterna: prima costeggiamo il canale, ci sono tutte le case dei pescatori, con le reti stese fuori, pronte per essere immerse il giorno dopo. Sono casette piccole, di legno, e  non ci sono mai entrata, ma ho sempre immaginato che fossero magiche: minuscole fuori, ma delle regge all’interno (un po’ come la borsa di Mary Poppins insomma).
Finiamo poi su una pista ciclabile, costeggiamo per un po’ la strada. In seguito ci buttiamo in un campo e iniziamo a pedalare ad andatura un po’ più sostenuta: il sole alla nostra sinistra sta scendendo rapidamente, il cielo è diventato rosso, insieme alle poche nuvole rimaste dalla giornata. E’ uno spettacolo naturale, varrebbe la pena fermarsi a guardarlo, ma non possiamo, perchè abbiamo un appuntamento con la luna alla foce del fiume Bevano.
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Rientriamo in pineta, ci si aspetta ai bivi, non si perde nessuno per strada: è la prima regola! Si chiacchiera, si fanno battute e si inizia già a pensare a cosa ci daranno di buono da mangiare più tardi! La fame si fa proprio sentire 😛
L’ultimo tratto in pinea è un pochino più difficoltoso, ma decisamente divertente: ci troviamo in un single track, attorniati d rami sopra e radici sotto. Occhio vigilissimo, luce ben puntata davanti a noi e tutti in fila indiana! E nel buio della pineta si sente quello che urla perchè ha appena dato una testata contro un ramo (per fortuna aveva il casco!), l’altro si è graffiato con dei rovi, qualcuno grida, ma solo per spaventare gli altri. Ed effettivamente Andrea riesce a spaventare me, iniziando ad abbaiare come un cane! Per un momento mi aspetto che salti fuori da dietro un cepsuglio, e invece è solo uno scherzo.

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Usciamo dalla boscaglia, attraversiamo un strada e finalmente siamo lì. Non capisco subito che siamo arrivati, la prima cosa che vedo è la luna. Uno spicchio giallo e sorridente.

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All’orizzonte ancora una quasi impercettibile striscia di cielo violaceo. Il fiume davanti a noi, calmo e placido, trasmette una sensazione di serenità e pace. E’ lì che realizzo che siamo arrivati alla nostra meta: la foce del fiume Bevano, a lido di Dante. Mi rendo conto che abbiamo attraversato Cervia, Lido di Savio, Lido di Classe e siamo arrivati a Lido di Dante.
Vorrei stare lì per sempre, perchè si sta bene, il paesaggio è unico, la luna è magica, e quando mi giro vedo tutti i fari installati sulle bici, belli carichi e pronti per illuminare la via del ritorno.
Cristina ci esorta a ripartire, abbiamo poco tempo per terminare il giro e finire al capanno dei pescatori. Lì ci aspettano, prima di chiudere le cucine. Ma non possono certo aspettare tutta la notte!
Percorriamo a ritroso tutto il percorso, con qualche variante (per esempio evitiamo il single track in mezzo alla pineta), e arriviamo più velocemente di quanto ci aspettassimo: non ci resta che sederci a tavola.
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E le sorprese non sono finite: chi si aspettava un ben di Dio del genere? Ci portano delle cozze squisite, un risotto che -passatemi il termine- tuona, e per finire un fritto misto che non è ottimo, di più! Per non parlare delle bevande, che continuano ad arrivare finchè abbiamo sete. La spesa per quanto abbiamo mangiato, è davvero irrisoria.

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Ma manca ancora qualcosa: il dolce. Decidiamo di andare a mangiare un bel gelato, così si riparte alla ricerca di una gelateria. Ovviamente il numero di bikers si dimezza: molti si avviano verso casa, dato che sono arrivati in bici da Cesena e la strada del ritorno è ancora lunga.

E infine restiamo noi, pochi superstiti, seguiti sempre dalla guida Cristina, che per terminare la serata e festeggiare il compleanno di Walther, andiamo a berci un mojito: CIN CIN!

 

 

UN’EMOZIONE UNICA: PEDALARE DI NOTTE!

Quante volte vi è capitato di vedere un gruppetto di luci che si spostano in mezzo ad un bosco o su per una vigna? E magari avete pensato che si trattasse di un ufo? Ma vaaaaa siamo sempre noi, i bikers, perchè noi ci spostiamo anche di notte, al buio, e ci divertiamo anche!
Mentre di giorno ci si gode il paesaggio, di notte si respira l’aria fresca, si assapora il gusto dell’ignoto, l’emozione di andare un po’ alla cieca, nonostante le luci, di vedere solo ad un paio di metri dalla nostra ruota. E poi di ammirare le stelle, di ascoltare i rumori, di vedere le lucciole e sentire i grilli.

Noi venerdì scorso ci siamo organizzati proprio bene, abbiamo deciso luogo e ora di partenza, abbiamo sparso la voce e ci siamo ritrovati in venti -sì, ho detto VENTI- muniti di fanali, luci posteriori (a parte me, che avevo dimenticato la mia a casa e Paolo me l’ha gentilmente prestata), e tanta voglia di divertirci.

siamo proprio tanti

siamo proprio tanti

Alle 20.30 è ancora giorno, si parte con le luci spente. Si va verso Bertinoro, perchè a fine serata è prevista una bella rinfocillata alla festa di Collinello, con pizza, birra e musica.
Paolo -che ha appena detto di non essere tanto in forma- si piazza davanti e ci fa strada: “guida” lui stasera! Maurizio invece resta nelle retrovie, ad aspettare gli ultimi e ad assicurarsi di non perdere nessuno per strada. Sì, perchè siamo tanti, e quando la notte cala è facile lasciare qualcuno indietro senza accorgersene: ma basta saper contare, e sul fatto di aspettarci non ci sono mai problemi.

Paolo (a destra) e Maurizio (a sinistra) aprono e chiudono rispettivamente il gruppo

Paolo (a destra) e Maurizio (a sinistra) aprono e chiudono rispettivamente il gruppo

Mi guardo intorno e noto una cosa bellissima: non ci sono solo persone della nostra squadra. Ci sono tante divise, tanti colori, tante persone accomunate dalla voglia di farsi una sana pedalata, senza rivalità. Questo è il vero sport!

Le tre donne del gruppo di stasera: a partire da sinistra Cristina, Cristina (io) e Beatrice

Le tre donne del gruppo di stasera: a partire da sinistra Cristina, Cristina (io) e Beatrice

Aspettiamo anche l’ultimo, Marco, e partiamo. Anche in pianura iniziamo a “spalmarci”: davanti i più forti e dietro… beh, dietro NOI! Quelli che si guardano attorno e fanno anche quattro chiacchiere. Sennò che serata è?

appena partiti, ci "spalmiamo" subito lungo la strada

appena partiti, ci “spalmiamo” subito lungo la strada

Appena possibile, dall’asfalto ci immettiamo su una strada inghiaiata, e iniziamo a salire, scendere, tutto attorno a questo bellissimo colle di nome Bertinoro. E’ come un’ascesa lenta e graduale: si sale un po’, poi giù in discesa, poi si sale di nuovo, poi di nuovo in discesa. Il ritmo mi pare abbastanza veloce, anche se Maurizio sostiene di no… forse sono io che non sono in forma.

Ecco Sergio!

Ecco Sergio!

Per Walther e Cristina è la prima notturna, si sono muniti di zaino, come noi del resto, per portarsi un cambio, da usare più tardi: quando ci si ferma a lungo dopo aver sudato, la partenza è sempre parecchio… “fresca”!
Man mano che passa il tempo il sole cala dietro le montagne lontane, il cielo diventa prima di un bel rosso intenso e poi inizia a scurirsi: è il momento di accendere i fari.

con il faro acceso e il buio attorno meglio stare concentrati su dove mettiamo le ruote!

con il faro acceso e il buio attorno meglio stare concentrati su dove mettiamo le ruote!

E cambia tutto: ora siamo concentrati a guardare davanti a noi, anche se l’occhio fugge verso quella bellissima striscia rosa di cielo rimasta a ovest. E non possiamo evitare di fermarci per scattare qualche foto (e -perchè no?- prendere un attimo di respiro).

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la striscia rosa ad ovest ci accompagna ancora per un po’ fino a sparire nel buio

inizia a fare buio, il paesaggio cambia, ed è stupendo!

Marco e Walther che aspettano pazienti le due fotografe

Cristina immortala tutto e tutti, da brava fotoreporter, mentre gli altri ci lasciano un po’ indietro, e alla fine è dura aumentare il ritmo per poterli riprendere! Ma sono stati bravi e ci hanno aspettati al bivio 🙂
Passati per campi e strade inghiaiate arriviamo finalmente al principio del paese. Non abbiamo ancora finito di salire, ma la polvere non ci accompagna più: ora abbiamo asfalto e ciottolato.

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Ancora una volta rimango idietro a fare qualche foto e… siamo rimasti in cinque! Dopo un momento di panico ritroviamo la strada e ci dirigiamo verso la piazza di Bertinoro, dove ci stanno aspettando tutti per fare una bella foto di gruppo. Decidiamo di chiedere ad un signore di passaggio, che dopo qualche tentativo e l’esortazione a dire tutti insieme “ceci ceci ceci” riesce a prendere tutti senza tagliare persone a metà (la sottoscritta per la precisione 😀 ).

una bellissima foto di gruppo

una bellissima foto di gruppo

Il giro è quasi finito, manca poco alla meta finale, Collinello: un ultimo sforzo e ci siamo! Dopo essere passati dietro Montemaggio, passaggio obbligato per chi passa da quelle parti, iniziamo a salire ancora, stavolta in asfalto.

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Sali e pedala, pedala e sali, eccoci finalmente arrivati!!!
Enrico, un ragazzo dell’organizzazione, ci fa entrare e sistemare le bici, e ci fa accomodare a tavola. Siamo pronti per ordinare: 15 pizze e tanta birra, che abbiamo sete!
Sul palco una tribute band di Vasco si esibisce davanti ad un bel pubblico, e noi ci facciamo quattro risate insieme!

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Da sinistra, Maurizio, Walther e Andrea

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Stefano e Maurizio

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In attesa della pizzaaaa

Devo dire che la serata è riuscita proprio bene e se il meteo permette vedremo di riperere al più presto.
Il rientro è stato piuttosto fresco e anche un po’ a zig zag per alcuni, ma siamo arrivati tutti a casa con un bel sorriso stampato sulla faccia!
Unico effetto collaterale delle notturne: troppa adrenalina che non fa dormire la notte!

Per il momento vi saluto, cari lettori, perchè devo andare a vedere quale altra festa paesana ci sarà nei prossimi giorni! ;-P

 

 

Tuffiamoci in mezzo alla natura!

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Siamo partite in un pomeriggio caldo e assolato. Anche piuttosto umido, direi!
Erano le sedici, quando ho agganciato i miei scarpini ai pedali e ho iniziato a salire (perchè quando parto da casa o vado su o vado giù, non ci sono alternative). Ho raggiunto Cristina, che arrivava da una parte di Bertinoro, poi siamo scese vrso Forlimpopoli e abbiamo recuperato anche Sara, con la sua canotta rosa super- fluo. E poi via!
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A quell’ora iniziava a muovere un po’ di vento, era vento caldo, ma ci si deve accontentare a volte. Iniziare in asfalto a volte aiuta, se in pianura ancora di più, ma il traffico aveva iniziato subito a darci noia, così abbiamo deviato per una stradina inghiaiata che dopo pochi metri iniziava a inerpicarsi su per Bertinoro. Piano piano, senza fretta, io alla guida… Sì, proprio io, che fino a qualche mese fa non mi ricordavo una strada neanche se avevo il navigatore sotto, proprio io che ho un senso dell’orientamento così scarso che quando devo decidere da che parte andare faccio il contrario di quello che mi dice il mio istinto. Però questo le mie compagne di pedalata non lo sapevano e quindi…
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Tra un bivio e l’altro, pedalando fra sterrato, ghiaia e asfalto rovinato, siamo sbucate di nuovo a Bertinoro. Ci siamo ributtate nel traffico per un po’, giusto il tempo di arrivare alla strada che porta a Polenta: lì c’è un piccolo taglio, in mezzo a erba, alberi e verde. La strada parte in lieve discesa, ma subito la salita si fa sentire, e l’erba “lega” parecchio. Forza ragazze, sedere avanti, gomiti schiacciati verso il basso e pedalare con rapporti leggeri! Prima curva, seconda curva, attraversiamo un campo di grano, finalmente si respira, poi di nuovo su, in mezzo all’erba alta, qualche rovo e… Beh… qui mi sono dovuta fermare: un conto è un rametto, ma questo era troppo anche per me! Sarei tornata a casa con la metà della pelle sul braccio sinistro! Così sono scesa, ho spostato i rami che stavano in mezzo al sentiero (e qui si vede quanto servono i guanti lunghi!) e ho fatto passare le mie compagne!

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Finito il taglio, abbiamo imboccato di nuovo la strada asfaltata, ma il traffico decisamente non mi piace! Così ci siamo dirette verso Polenta, imboccando poi il bivio per Tessello. Giunte al minuscolo paesino abbiamo affrontato la salita inghiaiata sulla sinistra che porta al Cimitero: una bella salitona, non troppo lunga, ma da prendere con calma direi! In cima ci aspettavano gli abitanti dell’azienda agricola che ci hanno gentilmente salutate: è raro vedere tre belle ragazze in mountainbike 🙂
Dal cimitero di Tessello abbiamo svoltato a sinistra, facendo un altro pezzetto in asfalto: il paesaggio era stupendo, da una parte si vedevano i colli, così verdi per la pioggia che ci ha assillato negli ultimi mesi, e dall’altra il mare. L’aria era limpida, qualche nuvoletta attraversava il cielo azzurro e il sole splendeva e scaldava la nostra pelle sudata!
Era decisamente ora di scendere un po’!
Fatto circa un chilometro abbiamo preso la strada inghiaiata a destra: la chiamano la Busca, o la discesa (o salita, dipende da dove la si prende) dell’immondezzaio, o della Discarica. Brutto nome, è vero, ed effettivamente c’è una discarica lì sotto, ma il paesaggio è mozzafiato: ci si trova ad attraversare un crinale su questa stradina larga circa un metro e mezzo, la strada che ogni tanto frana a causa del maltempo, le recinzioni ormai crollate. All’inizio della discesa si trova questo cartello: strada priva di manutenzione. E mi sono spesso chiesta se esiste veramente qualcuno che prova a passare di lì con l’automobile.
La strada è impervia, ogni volta che la faccio cambia, a seconda dei solchi lasciati dall’acqua durante i temporali, i sassi scivolano sotto alle ruote, e la solita pozzanghera si trova sempre lì, prima della curva, e se non la passi stando a destra ti bagni tutta!
L’aria ci sferzava il viso: sedere indietro, dietro la sella, gomiti larghi e morbidi, gambe flessibili e giù, piano ma con brio 😉
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Ci siamo fermate in fondo, per una merenda e per decidere la strada: andiamo verso Monte Cavallo o torniamo indietro scendendo verso Fratta Terme? Visto che avevamo ancora un’ora e mezza abbiamo deciso di proseguire con la salita. A quanto pareva anche l’energia non mancava. La tappa successiva sarebbe stata la fontana di Teodorano, perchè avevamo bisogno di acqua.
Andando verso Monte Cavallo ci si trova poi di fronte ad un bivio. Ho voluto far decidere a Sara e Cristina: preferite la strada breve ma dalla pendenza infernale (un tratto raggiunge il 28%) o quella lunga, ma un pelino più dolce? Credo di non essere stata chiara sul “pelino” perchè alla fine è stata dura lo stesso raggiungere la cima, ma anche quella era fatta. La parte finale con tre tornanti era già in ombra e questo ci ha aiutate a rinfrescarci le idee 🙂
Mentre salivamo osservavo i rovi sul ciglio della strada: le more sono quasi mature, credo che manchi poco per una bella crostata! Basterà solo partire con lo zaino in spalla e un sacchetto dove mettere quei deliziosi frutti neri.
Senza arrivare alla fontana di Monte Cavallo, abbiamo svoltato a destra, raggiungendo un’altra strada inghiaiata, che con qualche su e giù in mezzo al verde e alla natura, poche case e qualche mosca, ci ha portate a Teodorano, un ridente paesino frazione di Meldola, in cui UNA VOLTA c’erano un bar, un forno e magari qualche abitante in più. La fontana però è rimasta, anzi, ce ne sono due. Così ci siamo fermate a riempire le borracce e a scattare qualche foto.
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Ma il giro non era ancora finito, dovevamo ripartire! La strada in asfalto che porta da Teodorano fino al cimitero di Meldola, oltre a passare su un altro meraviglioso crinale, svela a metà percorso una stradina inghiaiata sulla destra. E’ difficile da trovare, bisogna stare attenti e andare piano, altrimenti è facile tirare dritto. Ma noi l’abbiamo imbucata subito e abbiamo ricominciato con un saliscendi in mezzo alla campagna. Pedala, pedala, chiacchiera, bevi e pedala, quando le abbiamo viste non abbiamo saputo resistere! Come non fare una foto sulle balle di fieno? Ormai è diventata una tradizione! Cristina si è offerta di farci la foto, il problema è stato per me e Sara, che dovevamo arrampicarci fino in cima. Ma dopo vari tentativi Sara è riuscita ad individuare il punto giusto da cui salire, fra una balla e l’altra, ed eravamo in alto! Molto in alto! Il sole che ormai non scottava più, il venticello che soffiava, il campo di grano da poco mietuto , del colore dell’oro, e il verde circostante… Sarei rimasta lì all’infinito a godermi quella pace. L’arrivo del contadono mi ha risvegliata subito però! Così, dopo aver fatto un paio di scatti, siamo scese.

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La strada della Magnalova porta dritti dritti a Fratta Terme, con la sua parte finale in asfalto. Poi Sara ha scoperto che era meglio fare attenzione a scendere con la bocca aperta, quando è pieno di moscerini 🙂
Da Fratta abbiamo preso la strada per Bertinoro e siamo risalite, tagliando ad un certo punto dalla strada inghiaiata che passava dietro la vecchia Cantina Del Sole, l’azienda vinicola. Nel frattempo Sara ci aveva salutate: per lei il giro era praticamente finito, doveva solo arrivare a Forlimpopoli. A me e a Cristina aspettava invece un’altra salita, quella appunto della strada inghiaiata che sale subito a sinistra.
Passate davanti alla Ca’ Rossa eravamo a Bertinoro, ed io a casa! Ho salutato Cristina ed il giro era finito: 45 km, 1150 metri di dislivello, difficoltà medio-facile, bellissima compagnia e tanto divertimento!
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Speriamo di ripetere presto!

Un grazie speciale a Cristina per il reportage fotografico!!! 🙂

ECCO PERCHE’ I CICLISTI NON SI FERMANO (QUASI) MAI AGLI INCROCI

Ho qualche bozza di articolo in sospeso su questo argomento, niente di pubblicato insomma, quindi non ho ancora avuto la possibilità di dirvi che… ho provato la bici da corsa!
A parte il fatto che è completamente diversa: cambia la stabilità, cambia la posizione, cambia il modo di affrontare le salite e cambia persino la mentalità! A parte tutto questo, dicevo, di cui parlerò in maneira più dettagliata in altra sede (denigrando spudoratamente la bici da strada, sappiatelo! ;-p ), ho scoperto molte cose interessanti. Una di queste è appunto il perchè i ciclisti da strada, piuttosto che staccare il piede dal pedale, si appoggiano ovunque: cartelli, semafori, guardrail, il cofano della nostra macchina (!!!).
Ebbene un motivo c’è.
Intanto vi chiedo: le avete comperate le vostre scarpe da MTB? Quelle con gli agganci intendo.

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scarpe da MTB

Sì? No? Se non lo avete fatto provvedete al più presto, perchè se avete il piede agganciato ne guadagnate in stabilità, sicurezza (a meno che non vogliete mettervi a fare enduro, o DH) e in performance. Infatti, anche se le prime volte sarà facile fare figuracce cadendo da ferme perchè non siete riuscite a sganciarvi (mettetelo in conto, ma non preoccupatevi, è capitato a tutti), la vostra pedalata in salita sarà molto più fluida e …come dire?… easy!

 

Scarpe da ciclismo su strada

Scarpe da ciclismo su strada

 

Perchè? Beh, mentre con le scarpette non fate altro che SPINGERE sul pedale, con gli attacchi spingete e TIRATE, sviluppando muscoli che non sapevate di avere e aiutandovi negli strappi più duri e tecnici!
Comunque dicevamo… se avete già le vostre scarpe da MTB, sapete che la suola è, sì, rigida, ma completa di tacchette, per permettervi di camminare quando necessario (guadi, salite troppo complicate, ecc). Bene, se invece prendete un paio di scarpe per bici da corsa, queste sotto sono quasi completamente LISCIE. Carbonio o resina che sia, hanno giusto una piccola parte nel tallone che vi impedirà di scivolare rovinosamente quando vi troverete per sbaglio a camminare.
Oltre al fattore suola liscia, c’è anche il problema del pedale: per la MTB  esistono tanti tipi di pedali, la maggior parte double-face, in modo che, una volta sganciate, sia facile riagganciarsi velocemente.
Il codice del ciclista da strada prevede che tale individuo non debba MAI sganciarsi, tant’è che il pedale ha solo un verso. E, secondo la 23° legge di Murphy o giù di lì, tale pedale tende sempre a girarsi sul lato sbagliato!!! Prendere in considerazione il fatto di pedalare sganciati anche solo per qualche metro è improponibile (suola liscia =si scivola= ci si fa molto male).

E da qui capiamo perchè i poveretti sono costretti ad appogiarsi ovunque quando il semaforo è rosso, o a evitare di fermarsi del tutto agli stop.
Detto questo, senza voler offendere gli amanti della BDC (bici da corsa), VIVA LA MOUNTAIN BIKE!!!! 🙂

 

(PS le foto sono state gentilmente concesse da CICLI NERI, via Parri, CESENA -FC)

GUARDATE SEMPRE AVANTI!

se volete evitare o saper affrontare bene un ostacolo, cercate di avvistarlo prima che potete, guardando lontano!

se volete evitare o saper affrontare bene un ostacolo, cercate di avvistarlo prima che potete, guardando lontano!

E’ un consiglio valido in tanti campi, la vita in primis. Quante volte ci siamo sentite dire: guarda avanti e non ti voltare?
Beh, la stessa cosa vale per la mountain bike, anzi, è d’obbligo!

” Ci arriviamo anche da sole che dobbiamo guardare davanti”, direte voi. Certo, ma QUANTO avanti?
Quando andiamo fuori strada il terreno è pieno di insidie: buche, canali, fossi, sassi, radici, rami, rocce, eccetera.
Ora, se guardate la ruota o poco più avanti vedrete l’ostacolo, ma non sarete in grado di evitarlo o di affrontarlo come si deve.
Quindi quello che dovete fare è guardare MOLTO avanti: se non siete abituate iniziate con un paio di metri, che poi diventeranno quattro, cinque, dieci. Più in là arriva il vostro sguardo, prima il vostro cervello sarà in grado di elaborare l’ostacolo e capire come affrontarlo!
L’occhio non deve soffermarsi sull’ostacolo, una volta che lo ha individuato deve andare avanti: la visuale periferica e quella macchina meravigliosa che è il nostro cervello faranno il resto. Infatti, se ci fate caso, anche se state guardando quattro metri davanti a voi, la ruota rimane sempre all’interno del campo visivo: ciò significa che anche se rivolgiamo lo sguardo altrove, siamo sempre in grado di capire dove stiamo andando in un dato momento.

Per chiarire meglio vi faccio un esempio: state percorrendo una normalissima strada inghiaiata. All’improvviso spunta una buca piuttosto profonda ed insidiosa. Cosa succede?

  1.  State guardando poco più in là della ruota anteriore, vi trovate questa voragine davanti, non siete in grado di evitarla e ci finite dentro. Se siete fortunate riuscite a frenare e a non cadere, altrimenti piombate rovinosamente a terra (e, credetemi, non è piacevole).
  2. State guardando quattro-cinque metri più avanti, avvistate la buca, capite che è profonda e vi preparate ad evitarla, cambiando direzione. Mentre le passate di fianco con la coda dell’occhio potete vederla, ma il vostro sguardo è proiettato già verso il prossimo ostacolo!

Ricordate che non è detto che vi venga naturale, quindi esercitatevi piano piano, allungando sempre più la vostra vista: diventerà tutto più facile e divertente!

26″, 29″ o 27,5″ ?

No, non è un terno da giocare al lotto: stiamo parlando di RUOTE.
Quante volte vi è capitato di leggere di sfuggita, o di sentire per sbaglio discussioni su quale sia il diametro più ottimale? E voi che avete fatto? Avete ignorato quei discorsi, perchè non vi interessavano o perchè non ci capivate niente.

E’ giunto il momento di fare chiarezza!
Innanzitutto parliamo del diametro della ruota della nostra mtb, e la misura è in pollici. Non so se vi è capitato di passare da qualche rivenditore di mountain bike, o semplicemente di osservare le bici che ci sono in giro adesso: sembrano tutte più grandi. Beh, non sono più grandi le bici, ma solo le ruote.

Fino a pochi anni fa c’erano solo le 26. Poi sono state inventate le 29, ed infine, per creare ancor più confusione, sono state introdotte anche le 27,5. Confusione per noi, ovviamente! 😀

Allora vediamo in ordine quali sono le caratteristiche che ci potrebbero interessare, senza scendere in dettagli troppo noiosi:

    • VELOCITA’. Più il diametro è grande, più la nostra MTB andrà veloce. E stiamo parlando della pianura, a parità di rapporto, della salita, ma anche della discesa, poiché, per una questione di geometrie, il diametro grande passa sopra l’ostacolo senza dover rallentare.

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    • TECNICA. La 26″ è una ruota piccola, maneggevole e se vi piace giocare col percorso che state affrontando, se amate saltare gli ostacoli piuttosto che passarci sopra, se vi gustano le virate improvvise e la consapevolezza che state gestendo il vostro mezzo grazie alla vostra bravura, allora è la ruota che fa per voi! La 29″ la definisco quasi una schiacciasassi, nel senso che sull’ostacolo passa sopra senza problemi: quindi addio ai giochi di destrezza, ma benvenuta sicurezza. La ruota più grande è anche meno maneggevole, diciamo che va un po’ dove le pare, e anche in curva è più difficile da gestire, ma niente che non si possa imparare con un po’ di pratica. In fondo, o impariamo la tecnica, o impariamo a guidare quei ruotoni.

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  • PEDALATA E POTENZA. Se amate concentrarvi più sulla pedalata
    piuttosto che sul terreno che state affrontando, allora meglio optare per una 29″. Come ho già scritto sopra, il diametro grande ci permette di passare sopra gli ostacoli senza dover affinare troppo la tecnica.

Ora immagino vogliate sentire un’opinione personale, anche se probabilmente già trapela dai punti elencati sopra. Io ho una 26″, e se dovessi tornare indietro prenderei ancora un 26″: quello che amo del fuori strada, sia in salita che in discesa, è lo studio del terreno, la tipologia, gli ostacoli, il capire come affrontarli e superarli. Insomma, io sono un tipo da 26! Purtroppo per me la 26″ sta andando ad esaurimento sul mercato e ben presto non se ne troveranno più. Credo che una valida sostituta, nonchè via di mezzo, possa essere la 27,5″, di cui non ho parlato proprio perchè sta in mezzo alle due opzioni.

E tu che tipo di ruota sei?